LA GABBIA DEI LEONI - Edizioni ETS - 2005

 

 
 
 
E’ il 2039 a New York. Marco Antonio Aschler, ricco uomo d’affari italo-brasiliano, accompagna i due nipoti alla prima del Circo Sestri, il circo italiano di cui, negli anni sessanta, suo padre Gianni Aschler era stato il domatore di leoni.
In un delirio di ricordi Marco Antonio rivive, nello spazio temporale dello spettacolo, le drammatiche vicissitudini della propria esistenza, i momenti che hanno segnato l’incontro di Gianni con sua madre Laetitia, la veterinaria brasiliana dedita ai riti Woodoo, nonché l’appartamento al settimo piano in un palazzo dell’hinterland milanese in cui il padre, disoccupato e ubriaco, scarica sulla madre la responsabilità dell’abbandono della compagnia circense.
Rivive con angoscia il periodo trascorso con il fratellino Daniele in orfanotrofio e il dramma dell’adozione quali dirette conseguenze della richiesta di allontanamento da una famiglia ormai allo sfascio dove, in un’escalation di degrado familiare, Marco Antonio assiste impotente allo scambio di coppie praticato dai genitori.
Rivive, infine, il dramma della ricerca dei genitori naturali che si concluderà in modo del tutto inaspettato.
 

PRIMO E DICIANNOVESIMO CAPITOLO

New York 2039 
 
 
   La limousine nera si staccò dal marciapiedi del 650 di Park Avenue diretta a Coney Island. Sull’asfalto bagnato sembrava scivolare silenziosa. Manhattan languiva sotto una pioggia fitta e fastidiosa.
   Alle 20.30 accostò alla pensilina del Circo Sestri gremita di ragazzini schiamazzanti.
   Garrett, l’autista di colore, ne discese ed aprì la portiera per aiutare Marco Antonio Aschler e i due nipoti a scendere. Paolo Roberto e Antonio aspettavano quel momento da quindici giorni. I loro visi, illuminati dai colori circostanti, erano protesi verso la scritta scintillante che dominava la pensilina.
   Aschler ci aveva pensato a lungo, se accompagnarli o no, poi, aveva deciso di accontentarli.
   Il Circo Sestri era il più famoso del mondo e proveniva dall’Italia. Elencava oltre 170 animali tra cui elefanti, leoni, tigri, orsi e coccodrilli sapientemente addestrati, nonché domatori e artisti di fama mondiale. Il tour comprendeva tutto il continente americano.
   Lo spettacolo iniziava alle 21,00. I biglietti erano stati acquistati da Garrett quel pomeriggio, così ad Aschler e nipoti non rimase altro che far strappare i biglietti ed accomodarsi tra le seggioline numerate della seconda fila.
   Il tendone era enorme, a strisce bianche e rosse. Tutt’intorno erano spiegate bandiere degli stati sudamericani, mentre, ai lati dell’entrata degli artisti, campeggiavano due grandi bandiere degli Stati Uniti d’America.
   <<Guarda nonno! I trapezi!>> esultò Antonio tutto eccitato.
   <<Sì! Sì! I trapezi!>> gli fece coro Paolo Roberto.
   <<Ma sono altissimi!>> insistette Antonio.
   <<Certo che sono altissimi,>> confermò Aschler <<così lo spettacolo diventa più emozionante.>>
   <<Ma… se i trapezisti cadono? Muoiono?>> chiese Antonio.
   <<Tranquillo. Al momento opportuno monteranno le reti di protezione così, se qualcuno dovesse sbagliare e cadere giù non potrà farsi male.>>
   <<Nonno, vedremo i leoni e le tigri e i coccodrilli?>> domandò Paolo Roberto.
   <<Certo, ogni circo che si rispetti ha i suoi leoni, le sue tigri e, qualche volta, anche i coccodrilli. Questo ha anche i coccodrilli. Vedrete dei numeri straordinari. Ho visto qualcosa in televisione un paio di giorni fa.>>
   <<Wow!>> Esclamò il piccolino.
   Antonio aveva nove anni mentre Paolo Roberto soltanto cinque. Per Antonio, a differenza del fratello, il circo non era una novità: aveva già assistito allo spettacolo del circo sul ghiaccio. Quella volta ne era rimasto talmente affascinato che, tornando a casa, aveva annunciato al padre che da grande avrebbe fatto il domatore di tigri.
   Il pubblico continuava ad entrare. Pochi minuti e tutti i posti a sedere sarebbero stati occupati.
   Al centro della pista, un clown dalla vistosa parrucca viola stava facendo fare un giro ad uno scimpanzé vestito di calzoncini rossi con bretelle e maglietta gialla con scritto sul petto in lettere azzurre “Kiss me”. Sulle spalle, sempre in lettere azzurre, il nome: Camillo. Lo teneva per mano e lo avvicinava ai bambini della prima fila proponendo ai loro genitori una foto ricordo.
   Appena lo avvistò, Paolo Roberto cominciò a tirare la giacca del nonno.
   <<Anch’io nonno, anch’io! Una fotografia con Camillo! Una fotografia con Camillo!>>
   <<Va bene, ma calmati. Ora viene anche da noi, non ti preoccupare.>>
   Aschler fece cenno al clown di avvicinarsi e questo, dopo aver fatto posare lo scimpanzé con una biondina della prima fila, si avvicinò a loro.
   <<Una fotografia per ciascuno dei miei nipoti.>>
   <<Ma nonno!>> intervenne Antonio, <<Queste cose sono per i bambini piccoli! Io non la voglio la fotografia!>> aggiunse rosso in viso.
   <<Ok, ok. Solo per il piccolino, allora.>>
   Il clown si avvicinò a Paolo Roberto che lo guardava estasiato attratto dai colori del viso e da quelli sgargianti del suo costume. Il clown fece avvicinare lo scimpanzé e adagiò le lunghe braccia intorno alle spalle del bambino.
   Paolo Roberto guardava lo scimpanzé ed i suoi occhi trasmettevano tutte le sue emozioni. Lo scimmiotto si tolse il berretto e lo mise in testa al piccolo che abbozzò un sorriso imbarazzato. Click!
   <<Et voilà!>> esclamò il clown. <<Pochi secondi e anche tu avrai la tua bella fotografia con Camillo. Ecco qua!>> disse porgendo la polaroid al bambino. <<Dodici dollari, prego.>>
   Il clown prese per mano Camillo e si allontanò richiamato da un altro genitore.
   <<Nonno,>> intervenne Antonio, <<che figura mi hai fatto fare!? Queste cose sono per bambini piccoli!>>
   <<Uh! Uh!>> gli rispose il nonno sorridendo.
   <<Tre pacchetti grandi di pop corn, grazie!>> disse Aschler alla ragazza bionda che, in body blu stellato, si accingeva a vendere bibite e pop corn al pubblico intorno a loro. Pagò e porse i due pacchetti ai nipoti soddisfatti.
   <<Questa sì che è vita!>> cinguettò Paolo Roberto.
   Quasi tutto il pubblico era seduto. Solo qualche ritardatario, accompagnato da membri del personale del circo, stava cercando il proprio posto tra le seggioline numerate. Ancora pochi minuti e, col calare del buio, si sarebbe dovuto accontentare di sedersi sulle panche, in fondo.
   Le luci cominciarono a sfumare e il chiacchiericcio che, fino a pochi secondi prima, riempiva l’aria, cessò d’incanto.
   Silenzio. Poi, la banda attaccò la sigla di apertura dello spettacolo circense.
   Dalla porta centrale il sipario si aprì e ne uscì un uomo vestito da Mister America con tanto di cappello a cilindro a strisce bianche e rosse e stelle color argento.
   L’occhio di bue lo inquadrò mentre faceva il suo ingresso al centro della pista sabbiosa con il microfono in mano. Le note della banda musicale scemarono e fu subito silenzio.
   Il silenzio fu rotto dalla voce amplificata del presentatore.
   <<Ladies and gentlemen …..questa sera, assisterete in diretta ad un evento unico che raro. Qui, davanti a questo caloroso pubblico brasiliano, verrà battezzato il figlio del domatore di leoni. Il piccolo, di soli venti giorni, avrà come testimoni un branco di feroci leoni. Naturalmente…. tutto si svolgerà nella loro gabbia….>>
   Furono queste le parole che Aschler sentì pronunciare dal microfono di Mister America.
 
MILANO 1983   
 
Marco Antonio e Daniele erano seduti sulla panca del lungo tavolo di formica della mensa insieme a tutti gli altri bambini del S. Crispino.
   L’atmosfera era allegra. Era sabato e ai piccoli ospiti spettava il budino al cioccolato. Chiacchiericci riempivano l’aria e il cuore delle giovani suore che in quel momento si davano da fare tra i lunghi tavoli.
   Improvvisamente una grossa palla fatta di mollica di pane nero colse Marco Antonio in piena fronte.
   <<Ahi!>>gridò sorpreso il bambino che subito si mise una mano sulla fronte dolorante. Si volse nella direzione da cui era arrivata e scorse la faccia soddisfatta di Vincenzo Mennone.
   Pochi attimi dopo Giacomo gli si avvicinò.
   <<Mio fratello vuole il tuo budino.>> gli riferì.
   <<No.>> rispose secco Marco Antonio.
   <<Hai tempo fino a che non te lo portano per cambiare idea. Pensaci bene.>> e così dicendo si allontanò sogghignando.
   Alcuni minuti dopo arrivarono tra le file dei tavoli le suore con i vassoi pieni di budini al cioccolato. Uno per ciascuno di essi.
   Vincenzo Mennone tirò un’altra palla di mollica di pane a Marco Antonio che, stavolta, accusò il colpo facendo finta di niente ed affondando il cucchiaino nella tremolante e scura forma di budino.
   Marco Antonio già sapeva che avrebbe pagato caro il suo diniego, ma in quel momento la voglia di sentire il sapore del cioccolato a contatto con il palato era più forte del timore che egli nutriva per i fratelli Mennone.
   Finì il suo budino raschiando bene il fondo della tazza con il cucchiaino e ruttò rumorosamente. La suora che in quel momento si trovava nei paraggi gli si avvicinò lasciandogli andare uno scappellotto sulla nuca.
   <<Marco Antonio! Quante volte te lo devo dire di non fare certi versi a tavola. Non sei un maialino!>>
   <<Sì, sorella.>> rispose il bambino.
   Finito il budino, ciascun bambino prese la sua tazza vuota e la ripose su uno dei vassoi lasciati appositamente sui tavoli.
   Marco Antonio seguito da Daniele e da un altro gruppetto di bambini, si avviò verso l’uscita della mensa. Nell’attraversare la porta, con la coda dell’occhio vide l’espressione di Vincenzo e tanto gli bastò per prendere una decisione.
   Sarà meglio nascondersi. Deve essere molto arrabbiato.
   In orfanotrofio non c’erano molti posti in cui potersi nascondere, fatta eccezione per la soffitta e lo scantinato dove le suore custodivano le bottiglie di olio e di vino. Decise per la prima soluzione.
   Disse agli altri che aveva bisogno di andare nel bagno e allungò il passo verso il corridoio che conduceva sia ai bagni sia alla soffitta. Girato l’angolo, nascosto alla vista dei suoi compagni, aprì la porta che conduceva alla scala di legno scuro che si inerpicava per due piani fino al solaio dell’istituto. Salì in punta di piedi cercando di evitare qualsiasi piccolo scricchiolio.
   Arrivato in cima alla scala, un’altra porta, di legno, pesante, lo divideva dal nascondiglio che aveva scelto per sottrarsi alla furia di Vincenzo.
   Fece pressione, spinse e la porta si aprì con un sinistro cigolio. Dentro, l’aria era stantia e il pavimento pieno di polvere. Dall’abbaino la luce filtrava, lasciando intravedere il pulviscolo che vi galleggiava.
   Grosse casse di legno chiaro erano ammassate alla parete e proiettavano a terra e sulle pareti circostanti l’ombra di gigantesche sagome scure. Contenevano indumenti stagionali, scarpe e quant’altro veniva indossato dagli ospiti dell’istituto.
   Si aggirò per la stanza per alcuni minuti, poi decise di nascondersi dietro due casse poste nell’angolo più buio della soffitta. Da lì riusciva a malapena a vedere una parte del fascio di luce proveniente dal lucernario. La vista della porta era invece coperta da una parete fatta di casse accatastate tra di loro.
   Rimase lì per circa due ore che gli parvero un’eternità. Due ore durante le quali ebbe più volte modo di pentirsi di essersi rifiutato di cedere il proprio budino a Vincenzo Mennone.
   Vincenzo Mennone. Lo immaginava quella sera stessa avvicinarglisi al letto chiedendogli qualcosa che anche la sua piccola mente cercava di rifiutare. Immaginava le sue angherie, le risate dei suoi fratelli, le risa degli altri bambini, la faccia sofferente di suo fratello al pensiero di ciò che lui avrebbe dovuto subire per il solo fatto di aver rifiutato di cedere un budino.
   Un budino. Cosa era mai un budino in confronto all’umiliazione cui l’avrebbe sottoposto Vincenzo?
   Le lacrime affiorarono nei suoi occhi e, in quel momento, pensò al perché si trovava lì nascosto in quella soffitta. Al perché si trovava in quell’orfanotrofio lui che una famiglia ce l’aveva. Pensò con rabbia alle liti dei suoi genitori, alle urla, alla furia di suo padre quando si scagliava ubriaco contro sua madre lasciandola a terra piena di lividi e di sangue.
   Pensò alla sua esistenza, alle pratiche Voodoo che non aveva mai appreso dalla madre e che adesso gli sarebbero state utili contro i fratelli Mennone, la mafia.
   Pensò con rabbia crescente alla sua vita disgraziata e odiò il padre e la madre per averlo fatto trovare in quella situazione incresciosa e disperata al tempo stesso.
   Grosse lacrime sgorgarono dai suoi occhi rotolando sulla lucida pelle scura del viso. Con la testa china sulle ginocchia allacciate dalle lunghe e sottili braccia glabre, si lasciò andare ad un lungo e silenzioso pianto. Le lacrime gli bruciavano gli occhi e la vista era offuscata.
   Ad un tratto, un cigolio lo riportò alla realtà. Era la porta della soffitta che si apriva.
   Il cuore cominciò a battergli nel petto come impazzito. Sentì lo stesso battito in fondo alla gola e un dolore crescente gli attanagliò la testa. L’adrenalina faceva il suo ingresso nel sangue.
   Rimase immobile, seduto con la testa sulle ginocchia. Trattenne il fiato.
   <<Marco Antonio… lo so che sei qui… da qualche parte...>>
   Riconobbe la voce di Manuele Mennone.
   Lo sentiva strisciare i piedi sul pavimento. Sentiva nitidamente il suo respiro. Lo sentì spostare un qualcosa da terra poi vide la sua figura attraversare il fascio di luce che ormai era quasi scomparso.
   Non accese la luce. Manuele era conscio del potere che lui e i suoi fratelli esercitavano nei confronti di tutti gli altri bambini. Sapeva perfettamente come il terrore sarebbe cresciuto nel cuore di Marco Antonio se lo avesse cercato restando nell’ombra; quanto il fattore psicologico giocasse a suo favore.
   Marco Antonio si asciugò le lacrime e attese la sua condanna nel silenzio e nelle tenebre. Lo sentì avvicinarsi, allontanarsi, poi avvicinarsi di nuovo. Poi, vide la sua sagoma su di sé.
   <<Ti ho scovato, eh?>> gli disse sorridendo Manuele.
   Marco Antonio lo guardava restandosene seduto nell’angolo.
   Non lo distingueva bene, ma riusciva comunque ad intravederne gli occhi e i denti bianchissimi. Aveva la metà dei suoi anni, tuttavia lo temeva perché legato alla “mafia” dell’istituto. Lui stesso, con i fratelli, era la mafia.
   <<Sono venuto solo per dirti che abbiamo deciso la tua punizione.>>
   Marco Antonio rimase in silenzio, in preda al terrore mentre Manuele faceva un passo indietro e si allontanava da lui.
   Abbiamo deciso la tua punizione… abbiamo deciso la tua punizione…
   Quelle parole gli rimbombavano nella mente come i rintocchi di una campana a morto.
   Restò ancora nella stessa posizione per circa mezz’ora dopo che il cigolio della porta che si richiudeva dietro le spalle di Manuele era cessato.
   Mille pensieri affollavano la sua mente nell’immaginare quale sarebbe stato il suo castigo. Il castigo che i tre fratelli avevano pensato e deciso per lui. Una sorta di tribunale dei bambini che decideva le condanne da dare a chi si rifiutava di obbedire agli ordini.
   Alla fine, quando il cuore riprese a battere normalmente, decise che era ora di alzarsi e andarsene.
   Fu solo al rientro nel dormitorio che si rese conto di quale era stata la sua punizione. Una pena che aveva affondato i suoi denti nella sua giovane carne fino a prendergli il cuore e straziarglielo.
   Si accorse con panico crescente di ciò che era accaduto.
   Intorno al suo letto pezzi di legno colorato lasciavano intuire che il castigo aveva colto nel segno.
   Il distributore di benzina con il suo autolavaggio giaceva smembrato sul pavimento. Le macchinine erano state schiacciate e i tre piani di parcheggio erano stati ridotti ad uno strato di legno informe.
   Non c’era traccia alcuna di ciò che una volta quel giocattolo era stato; di quell’oggetto tanto caro per il quale, pazzo di gelosia, aveva fatto a botte tante e tante volte.
   Si inginocchiò e raccolse i pezzetti di legno colorato che una domenica non lontana, nella loro integrità, gli avevano illuminato il volto.
   Di fronte a quello scempio invocò il padre e pianse tutto il suo dolore fino a che i singhiozzi cominciarono a squassargli il petto.
   Quando non ebbe più lacrime si gettò sul letto e, sfinito, si addormentò.
 
 

- PREFAZIONE DI DANIELE LUTI -

Il romanzo di Tiziana Guggino coniuga elementi propri della tradizione letteraria dell’Ottocento con quelli della narrativa contemporanea. Ci sono la passione, la decadenza, la resurrezione, la dimensione corrotta, i padri perfidi, le donne cadute ed improvvisi oceani di dolcezza sulla falsariga dei drammi d’appendice; c’è il racconto franto, labirintico, strutturato secondo una decostruzione del tempo e dei luoghi come si conviene alle invenzioni della nostra epoca.

La scrittrice come una novella Arianna ci guida all’interno della scatola magica del suo universo fiabesco senza risparmiare al lettore colpi di scena e descrizioni acribiche, capillari dei personaggi e dei luoghi, avendo sempre in mente di rendere organico il suo stile ad una storia di nomadi come lo sono gli uomini e le donne del circo. È come se la scrittura, resa preziosa dalle analessi e dalle prolessi, dovesse fare di tutto per diventare essa stessa una gitana.

Ho particolarmente gradito il suo sforzo di inserirsi, con una storia robusta e densa di spunti e di fatti, nell’attuale vuoto della scrittura, nella crisi di immaginazione che ha prodotto quella che un grande scrittore ha definito punto zero o letteratura negativa.

Il romanzo di Guggino ottiene miracolosamente il risultato di agganciare il lettore, (è orientato anche verso il pubblico medio) di produrre quella immedesimazione nei protagonisti e nelle loro vicende tormentate che è il carattere proprio della buona letteratura popolare.

L’opera non si dà modelli aristocratici, non tradisce il gusto a volte fastidioso della saccenza e dell’ammiccamento colto, tanto per esibizione, ha caso mai una struttura che ricorda la tecnica televisiva, quella dei serial che tanto sono amati dal vasto pubblico dei pomeriggi invernali. Ed è proprio questa autenticità che me l’ha fatto valorizzare e gradire.

Particolarmente felici sono le pagine in cui si raccontano pittoricamente paesaggi di altri continenti, di altri mondi: possiamo avvertire i sapori, gli odori, le fragranze di terre lontane dal nostro mondo e una verginità che non perde mai lo spessore del vero, che non diviene mai fascinoseria patinata.

Tiziana Guggino dice di aver trascritto, mettendoci del suo, investendo in fantasia, una storia vera che le è stata raccontata da uno dei protagonisti. Questo, naturalmente, potrebbe essere un calco malizioso dell’espediente a cui ricorrevano, noti e non noti, gli scrittori dell’Ottocento, ma anche se tutto corrispondesse alla verità non ne perderebbe la storia dal momento che, come sappiamo, la vita molto spesso imita l’arte.

 - POST-FAZIONE DI SERGIO NANNI -

Era molto tempo che gli impegni di lavoro, quelli politici, non mi permettevano di leggere un libro ed era moltissimo che non mi succedeva di leggerlo tutto d’un fiato in una settimana. C’è voluto "La gabbia dei leoni" per fare questo.

Mi ha incuriosito, prima di sfogliarlo, il fatto nuovo, per me, di conoscere per la prima volta, una persona che ha scritto un libro ancorché non pubblicato, poi, anche la curiosità di vedere come una Commercialista, con una mente razionale, si misurava con una cosa apparentemente tutta diversa dal suo modo di vivere quotidiano.

Dirò subito che il libro mi è piaciuto molto e questo lo capivo man mano che lo leggevo in quanto mi sentivo in continua apprensione emotiva per quello che immaginavo poter leggere nella pagina o nell’episodio successivo. Già, gli episodi: credo che gran parte della piacevolezza del libro stia nel fatto che sia costruito come un puzzle, come tanti racconti in un racconto.

La lunghezza della storia, il numero dei personaggi, l’arco di tempo nel quale essa si svolge, non sembrano tali per questa capacità di sezionare storia, personaggi e tempo in maniera tale che il tutto sembri una serie di racconti, di episodi concomitanti nello svolgimento di una storia, peraltro, molto piacevole.

Molto affascinante, ho trovato l’evoluzione crescente della vita di Gianni e Laetitia che raggiungono l’apice per poi scendere in una dissolvenza che non danneggia i personaggi stessi e la capacita di tenere un preciso filo conduttore di una storia che attraversa varie generazioni.

E’ il secondo romanzo di Tiziana Guggino che leggo e posso dire che, nonostante sia una scrittrice agli esordi, si fa strada un suo stile che la rende già "riconoscibile".

 

 

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