15 AGOSTO ORE 20/ZERO ZERO
 
Te ne sei andato il 15 agosto alle ore 20/zero zero. Così hanno scritto sul referto medico. E in quel momento, Ti ho toccato la gola, il polso per sentire se il Tuo cuore batteva ancora. Ho guardato la mascherina che poco prima Ti inalava ossigeno: non si appannava più. L’ho fatto con freddezza, perché era questo che aspettavo, questo che speravo dopo aver vissuto la Tua terribile, atroce sofferenza. Te ne sei andato e quasi non ce ne siamo accorTi. Ma io… io sono morta con Te, Roby. Con Te che ho amato più della mia vita. Avrei voluto aiutarTi a morire, avrei voluto pigiare i tasti che Ti tenevano in vita in base a un protocollo scritto. Ma non ci sono riuscita, non sapevo come manovrare quella macchina i cui numeri digitali cambiavano di volta in volta. Non ci sono riuscita. L’ho chiesto a chi poteva, ma ho avuto un diniego.
“Dategli la possibilità di lottare… Questo è quello che lui vorrebbe.” Mi hanno risposto. Mi sono lasciata convincere, ma il mio mondo interiore si è inaridito. La mia anima è evaporata. Ho perso la mia linfa vitale. Sono una “non viva”.

15 Agosto 2009 

IL MONDO E’ FUORI                                                                                                                                                      

Esiste un mondo a me prima d’ora sconosciuto. Un mondo in cui le persone sono state prese in una rete. Un mondo in cui le persone si muovono come pesci in un acquario. Mute. Con il loro dolore, con le loro speranze. Spesso disattese.

Io ci sono entrata dentro e h visto. Ho visto e percepito l’angoscia nei loro occhi. Ho visto il loro sguardo impaurito, la loro forza, molto spesso insufficiente per combattere.

Il mondo è fuori, brulica di vita e non si accorge, non sa. Non sa cosa succede dentro la struttura, dentro quelle stanze, dentro la saletta del soggiorno, la saletta d’attesa. I carrelli che scorrono lungo il corridoio soffermandosi nelle stanze dispensando cibi sciapi e acqua S. Antonio.

Io ci sono stata e ho visto. Uomini e donne, giovani, anziani. Tutti presi all’amo. Tutti nella rete.

Impiegati, professionisti, pensionati, casalinghe. Nessuna distinzione. Tutti nella stessa barca, tutti nella stessa rete. Senz’acqua. E camminano, camminano trascinandosi dietro la loro flebo che li segue dappertutto. La flebo che dà loro la speranza, che li tiene in vita. Per un po’. La flebo che gli inietta un potente veleno che dovrebbe servire ad uccidere il nemico che hanno dentro.

Io ci sono stata, ma non per me. Per mio fratello. Preso nella rete un anno fa. Un anno di veleni in vena, nel corpo, per distruggere il mostro che lo divora e distruggendo, a sua volta, tutto ciò che è sano. Dio si è distratto e lui è finito nella rete. Lui che non ha fatto mai male a nessuno, lui che ha aiutato i poveri e i maltrattati. Lui che era un salutista, che non beveva… che non si drogava… che non fumava…

Il mondo è fuori. E lui invece è dentro. Preso all’amo. Attaccato ad un filo trasparente, ad un porta flebo con le ruote il cui rumore metallico preannuncia il suo arrivo nella stanza, nel terrazzino.

E, nonostante tutto, riesce ancora a sorridere, a scherzare, a sperare. E ingoia pillole multiformi e colorate. E un altro giorno passa.

E guardi fuori. E vai a lavorare. Entri nella metro. La vita brulica sotterranea. Tu ti guardi intorno. La gente scherza, ride, legge. E pensi a lui. Preso nella rete. Senza più speranza. E non lo sa mentre parla di futuro, di vacanze, di lavoro, di sci. E tu muori dentro a ogni parola, ad ogni accendersi del suo sguardo, del suo entusiasmo nell’esporre i suoi sogni e i suoi progetti. Che non realizzerà. E sorridi, reciti una parte che non è la tua, una parte che non vuoi. Ma lo devi fare. Te lo devi imporre, in virtù di quel teatro messo in piedi per non turbarlo.

Dio si è distratto. Non ha ascoltato le nostre preghiere. Le nostre suppliche…

Ho voglia di piangere, di gridare, di urlare a squarciagola il dolore che mi attanaglia il cuore, che mi  soffoca il petto. Mi sento un leone inferocito chiuso in una gabbia troppo stretta. Impotente a strapparlo dal suo destino infame. Dal suo destino ingiusto. E i miei occhi guardano impietriti le immagini che resteranno impresse nella mia memoria.

E sogno. Sì lo sogno libero da quella flebo. In mezzo alla neve, a scaricare un albero di Natale. Un Natale che lui non riuscirà a vedere.

19 Luglio 2009

 

 

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